Tutto divenne commercio

marxVenne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.

Karl Marx

L’Azerbaigian si avvicina all’Unione Economica Eurasiatica?

Azerbaigian 1 Ogni settimana vengono pubblicati articoli su siti e giornali occidentali che parlano dell’Unione Economica Eurasiatica come un progetto ormai finito, con una Russia in recessione, un’Ucraina ormai sempre più nell’orbita occidentale (NATO), una Bielorussia e un Kazakistan preoccupati del clima da nuova “guerra fredda”.  Nonostante ciò l’UEE non sembra conoscere alcuna battuta d’arresto, anzi.
Dopo l’ingresso dell’Armenia e del Kyrgyzstan, l’UEE mira a comprendere altri Stati appartenenti un tempo all’ex Unione Sovietica.
Il Presidente russo Vladimir Putin mesi fa ha concesso all’Uzbekistan la cancellazione di gran parte del suo debito verso Mosca. Tale mossa può essere vista come un tentativo da parte del Cremlino di convincere Tashkent ad avvicinarsi all’Unione Economica Eurasiatica. Nel frattempo partita una consultazione sulla creazione di una zona di libero scambio tra Uzbekistan e UEE [1]. Ad incidere probabilmente sulle future scelte del governo uzbeko sarà anche il fatto che Mosca e Astana rappresentano rispettivamente il secondo e il terzo partenr commerciale dell’Uzbekistan dopo Pechino (dati aggioranti al 2014).
Come  l’Uzbekistan, anche il Tagikistan sembra avvicinarsi sempre più  all’UEE [2]. Anche per questo paese Russia e Kazakistan rappresentano due tra i principali partner economici.
Più complicata invece è la questione dell’Azerbaigian.
Baku, già nella primavera del 2014, si espresse in maniera contraria ad un suo ingresso nell’Unione Economica Eurasiatica [3]. La presa di posizione arrivò dopo che l’Armenia aveva invece optato per l’adesione.
Ultimamente il governo azero sembra voler tornare ad aprire un dialogo con i rappresentanti dell’UEE. “Mai dire mai” è l’espressione usata dal suo Ministro degli Esteri su una possibile adesione dell’Azerbaigian all’Unione [4].
Pur riconoscendo la partecipazione dell’Armenia come un ostacolo, la non chiusura da parte del ministro azero fa ipotizzare l’apertura di un confronto tra le parti per valutare una possibile adesione di Baku all’Unione Economica Eurasitica.
La volontà russa di collaborare con la Cina per la realizzazione della Nuova Via della Seta promossa da Pechino, rappresenta una chiara dimostrazione di come l’edificazione dell’Unione Economica Eurasiatica voglia servire ad approfondire il legame tra i paesi membri senza per questo ostacolare le relazioni dei suoi membri con altri Stati esteri.


[1] http://www.askanews.it/nuova-europa/mosca-propone-a-uzbekistan-maxi-condono-debito_71171116.htm
[2] http://www.cacianalyst.org/publications/field-reports/item/13113-tajikistan-paves-the-way-to-eurasian-union.html
[3] http://agccommunication.eu/geoeconomia-it/145-caucaso/7662-armenia-azerbaijan-euroasia
[4] http://sputniknews.com/politics/20151001/1027825950/Azerbaijan-Eurasian-Union-Membership.html

“Ci vuole più Europa” cit.

europaProblemi di democrazia? “Ci vuole più Europa”. Problemi di integrazione? “Ci vuole più Europa”. Problemi economici? “Ci vuole più Europa”. Problemi sociali? “Ci vuole più Europa”.
In pratica la parola Europa è un jolly. Quando manca un qualcosa si aggiunge la parola Europa e il discorso quadra alla perfezione.
Poi ognuno può dare il significato che vuole alla parola Europa, tanto non sta scritto in nessun dizionario cosa vuol dire se non intesa come espressione geografica.
Cos’è l’Europa? Eviterò, per motivi di tempo, di ripercorrere gli ultimi millenni di storia e mi limiterò brevemente al XX secolo e ai primi anni di questo XXI secolo.
Nella prima metà del XX secolo, come Europa abbiamo appena scatenato le due peggiori guerre che questo pianeta abbia  mai conosciuto: la prima e la seconda guerra mondiale. Negli anni successivi, senza volersi soffermare sulla continuazione di politiche coloniali portate avanti da alcuni paesi europei, siamo stati terreno di scontro tra due paesi non europei, Stati Uniti e Unione Sovietica. L’autonomia, da ambo le parti, salvo rare eccezioni successivamente rientrate nei “canoni standard”, era pressoché nulla.
Crolla l’Unione Sovietica e i paesi europei si danno alla pazza gioia facendo saltare per aria uno dei più complessi e interessanti Stati europei, la Jugoslavia. Bombardamenti e massacri, ovviamente con a fianco gli “amici” di sempre (il governo USA), creano le basi culturali per l’Europa che si sta avvicinando al XXI secolo.
Rasa al suolo la Jugoslavia, incentivando odio etnico e religioso, l’Europa pensa bene di procedere, chi più e chi meno, a bombardare, o comunque destabilizzare, altri paesi considerati incivili.
Per citare gli ultimi esempi, basti pensare alla Libia resa un parcheggio da alcune aviazioni occidentali (aviazioni democratiche però eh!), alla minacciata invasione (invasione umanitaria, ci mancherebbe) della Siria (quest’ultima difesa fortunatamente da Iran, Russia e Cina) o all’appoggio ai nazifascisti ucraini i quali si divertono ad ammazzare i propri (ex?) concittadini nell’est del paese per fare un favore a qualche pazzo fanatico occidentale.
Nei momenti di difficoltà interna poi è ancora più imbarazzante il comportamento europeo. Un paese soffre economicamente (ad esempio la Grecia)? Ottimo, è il momento di presentarsi là in posizione di forza e costringerlo a svendere il proprio patrimonio. Un paese è in difficoltà per il flusso migratorio (migranti che scappano dopo “l’arrivo della democrazia” esportata da USA e UE)? Lasciamo che si arrangi e poi, da qualche conferenza stampa in un qualche palazzo di vetro, lo accusiamo di nazismo e fascismo perché si trova ad affrontare un problema più grande di lui.
Ora, onestamente, ma quale “più Europa” volete? Quella che non esiste a quanto pare.
Chissà se domani un australiano si sveglierà e dirà “ci vuole più Oceania”. Tutti si domanderanno “cioè?”.
Ecco, forse sarebbe ora e tempo che qualcuno, quando sente la solita filastrocca del “ci vuole più Europa”, chieda “e cioè?”.

Unione Balcanica via d’uscita dalla crisi dell’area?

nuova jugoslaviaMesi fa, sempre su questo blog, scrissi: “il risorgere di una federazione di Stati sarebbe forse una delle migliori soluzioni per quei paesi” [1]. Ora provo a dare forma ad un’analisi del perché scrissi tale frase.
In un articolo pubblicato il 12 marzo 2012 su “Il Piccolo” [2] si può leggere come, secondo dei sondaggi, il 69% dei serbi, il 60% dei montenegrini, il 56,3% dei bosniaci (con una punta dell’81% in Republika Srpska) e il 62% dei macedoni affermasse che si starebbe meglio se la Jugoslavia esistesse ancora.
Inoltre, opinione forse ancora più significativa, la maggior parte della popolazione, soprattutto in Serbia e in Macedonia, percepisce la comunità internazionale (Occidente n.d.r.) quale prima causa della disgregazione della Jugoslavia.
Proprio come accaduto in Unione Sovietica, il crollo del socialismo ha portato anche ad un collasso dell’unione delle repubbliche. A Mosca stanno provvedendo a rimediare all’errore costruendo, di giorno in giorno, l’Unione Economica Eurasiatica [3]. E sui Balcani?
Ufficialmente non c’è alcun percorso verso un’unione dell’area sotto un aspetto politico o economico, anche se tali progetti potrebbero portare vantaggi significativi ai Balcani, a cominciare da quelli occidentali, territorio occupato un tempo dalla Jugoslavia. Unica eccezione è la “Jugosfera” [3], ma ci tornerò in un secondo momento.
Analizziamo alcuni aspetti.
L’idea di uno spazio comune nell’area ormai ha quasi un secolo, quindi un progetto ben anteriore alla Jugoslavia socialista guidata da Maresciallo Josip Broz Tito. Un’idea che era volta ad affermare la sovranità degli slavi del sud in quell’area.
A distanza di circa cento anni quell’area, dopo aver abbandonato socialismo e unità, è tutto tranne che gestita realmente dagli slavi meridionali.
La gestione economica della zona non è in mano alla classe dirigente locale. Il modello è quello provato e riprovato dopo ogni “liberazione” dei paesi sotto un regime socialista: privatizzare il privatizzabile. E quindi ecco che solo se si privatizza si può ad accedere agli aiuti internazionali (occidentali).
In Serbia Vučić, protetto dall’UE, è stato messo là perché a Bruxelles sanno che non ha intenzione di far tornare il Kosovo sotto la bandiera serba.
In Kosovo si trova una base statunitense che è una delle più grandi (se non la più grande) in Europa. Difficile credere che le scelte di Pristina siano indipendenti. Possibile certo, ma decisamente poco credibile.
Può piacere o meno, ma oggi come oggi nei Balcani di indipendente ci sta ben poco.
E qui riprendo il concetto di “Jugosfera”. La “Jugosfera” non è altro che lo spazio geografico occupato a suo tempo dalla Jugoslavia, e quindi Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia.
Il termine venne coniato nel 2009 da Tim Judah, esperto di Balcani che scrive sull’Economist. Tale parola è motivata dal crescente avvicinamento in vari settori dei paesi dell’ex Jugoslavia. Esempi di questa crescente interazione sono la costituzione di società a capitale misto tra i vari paesi.
La costruzione di importanti reti di trasporto, create anche grazie all’aiuto della Repubblica Popolare Cinese, la quale spinge da sempre per una maggiore integrazione dell’area [4], non fa che incentivare questo processo
Tale unità dovrebbe essere perseguita anche per un’altra motivazione: uniti quei paesi verrebbe a crearsi un’entità da oltre 300 miliardi di dollari (PIL a potere d’acquisto)[5] che permetterebbe a tutti i paesi dei Balcani occidentali di poter contare molto di più nei vari contesti, in primis quello europeo.
Un problema, che potrebbe invece tramutarsi in un vantaggio, è la mancanza di un forte attore regionale. L’Unione Economica Eurasiatica ha Mosca. L’Unione Europea ha la Germania.
Nel territorio balcanico occidentale Croazia e Serbia hanno la medesima grandezza economica se si considera il PIL a parità di potere d’acquisto. Potrebbe essere positivo un sostanziale equilibrio tra due paesi politicamente e culturalmente molto diversi solo se si riuscisse a trovare un compromesso vantaggioso e positivo per entrambi.
La strada è lunga ma i vantaggi non sarebbero secondari.
Le giovani generazioni dei Balcani occidentali sono spesso desiderose di lasciarsi divisioni etniche e guerre alle spalle. Magari è già nata la generazione che realizzerà una “nuova Jugoslavia”.


[1] https://cercareilvero.wordpress.com/2014/12/19/nella-ex-jugoslavia-torna-a-sventolare-bandiera-rossa/
[2] http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2012/03/12/news/ridateci-la-jugoslavia-un-paese-unito-1.3281311
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Jugosfera
[4] http://www.limesonline.com/balcani-lamico-cinese/73671
[5] https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_GDP_(PPP)

Il Sacro Germanico Impero

impero tedesco 1La prepotenza tedesca ha sicuramente inferto un durissimo colpo alla Grecia di Alexis Tsipras ma ancor di più ha colpito il resto dell’Unione (economica) Europea.
Se è vero che la Germania non era sola in questa crociata contro “l’eretica” Grecia (basti pensare ai paesi facenti parte della Nuova Europa), è indubbio che meriti e/o colpe per quanto accaduto ricadranno quasi esclusivamente su Berlino.
Da sempre paladina del rigore (e austerità), la Germania si è sentita concretamente umiliata moralmente da quel poderoso 61,3% di votanti al referendum del 5 luglio che con una sola voce ha gridato OXI per tutte le strade della Grecia.
Circa una settimana dopo è arrivata la risposta tedesca, sebbene drasticamente differente dai primi annunci di Merkel&Co. Se all’inizio infatti si voleva Atene fuori dall’euro, il ripiegamento di linea tedesco (molto probabilmente su pressioni statunitensi, terrorizzati di vedere una Grecia  sempre più vicina all’orbita russa) ha portato alla luce la vera natura dell’UE: creare enormi stati senza sovranità dove le multinazionali (prevalentemente tedesche) si mettono a fare grandi acquisti, ricalcando quanto già fatto nei primi anni ’90 con la DDR [1].
Smantellamento delle grandi aziende strategiche locali, acquisizione di tecnologia e stabilimenti a prezzi stracciati (fare privatizzazioni in fasi simili vuol dire svendere il patrimonio pubblico per due lire, anzi, marchi), conseguente creazione di un enorme esercito industriale di riserva dove un tempo sorgeva una classe media.
Il disegno tedesco non è mai stato così chiaro: un centro economicamente e industrialmente avanzato, la Germania (la parte ovest soprattutto, dato che, nonostante i quasi 25 anni dall’annessione dell’Est da parte dell’Ovest, le condizioni tra una parte e l’altra del paese sono ancora diverse), e una serie di “paesi periferia” dove delocalizzare la produzione dal minor valore aggiunto. La Grecia è stato il primo paese a subire questo trattamento.
Il ruolo della Germania in Europa è decisivo. Lo ha dimostrato nel passato, lo dimostra nel presente e lo dimostrerà ancora di più probabilmente nel futuro.
Berlino guarda sempre più ad est (cosa positiva) [2] ma allo stesso tempo è convinta di poter essere un’isola felice in un mare di paesi (satelliti) che viaggiano tra stagnazione economica e tensione sociale crescente.
Se la Germania fosse davvero interessata alla guida di un’Unione Europea sovrana ed economicamente prospera, dovrebbe prendere per mano i paesi dell’UE, a cominciare da quelli dell’Eurozona, e portarli con sè a guardare verso i nuovi orizzonti che si delineano, e quindi a creare un incremento delle relazioni economiche, culturali, sociali e politiche con i paesi extra-UE, a cominciare da Cina e Russia.
Creare terre desolate e povere in varie parti d’Europa non può essere l’effetto collaterale della politica economica tedesca.
La necessità di controbilanciare lo strapotere tedesco e invitare Berlino ad una linea decisamente più europeista e meno germanocentrica deve essere obiettivo comune di tutte quelle forze politiche che auspicano una collaborazione alla pari tra tutti i paesi europei, senza distinzione in paesi di Serie A e paesi di Serie B.
Il Dio Mercato ha dimostrato in tutti questi anni la sua totale incapacità di creare un mondo più giusto ed equilibrato.
A ciò si aggiunge una fede (e non un ragionamento) diffusa in quasi tutta l’UE verso le decisioni provenienti da Berlino.
Un mix micidiale per un continente che sta diventando sempre più periferia del mondo senza neppure rendersene conto. Un impero decadente, dove si depredano le periferie per alimentare il centro. Un modello destinato a disintegrarsi.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=f4ZzJUgQ2hg
[2] http://www.limesonline.com/il-triangolo-cina-russia-germania/77720

In costruzione l’Asse Grecia – Russia? 2.0

russia-grecia2Il 31 gennaio 2015, sempre su questo blog, scrivevo: “Sia che voglia rimanere parte integrante dell’Unione Europea,  sia che voglia far le valigie, la Grecia sa che non può privarsi dei rapporti economici con la Russia“. E ancora:  “Senza le dovute coperture alle spalle, un qualunque attacco a Bruxelles rischierebbe di ritorcesi contro la Grecia stessa. Aspettarsi quindi che in qualche giorno Tsipras risolva i problemi del paese e dell’euro, quasi come se avesse una bacchetta magica, è impensabile” [1].
A distanza di circa 5 mesi i rapporti tra Mosca ed Atene hanno subito una decisa accelerata.
Già ai primi di aprile, in un viaggio in Russia, il primo ministro greco aveva ribadito la sua contrarietà alle sanzioni volute da Bruxelles verso Mosca [2].
Con l’ultimo incontro avvenuto nelle scorse ore tra Alexis Tsipras e Vladimir Putin al Forum Economico di San Pietroburgo, in Russia, è possibile affermare che siamo di fronte ad un cambiamento nei rapporti di forza tra Unione Europea e Russia. Per non lasciare spazio a più o meno corrette interpretazioni, riporto qui di seguito quanto detto dal primo ministro ellenico [3]:

Siamo nel bel mezzo della tempesta, ma siamo un popolo capace di gestire il mare e la tempesta non ci spaventa, né la possibilità di scoprire nuovi oceani e raggiungere porti più sicuri

Risulta evidente da queste parole la volontà del governo greco di non voler chiudere nessuna porta. Tsipras ha poi proseguito il suo discorso definendo la Russia come “un’amica storica” della Grecia.
Non si può non citare inoltre l’appena confermato Turkish Stream, il gasdotto che partirà dalla Russia per giungere in Grecia, passando sotto al Mar Nero e sul territorio turco [4]. Il Cremlino ha già confermato che questo progetto verrà finanziato con un prestito pari al 100% dell’importo del gasdotto [5].
Sempre a San Pietroburgo Alexis Tsipras e Panagiotis Lafazanis, il ministro dell’Energia, hanno incontrato una delegazione della “New Development Bank” [6], la nuova banca fondata dai BRICS (nascerà ufficialmente il 7 luglio e avrà sede a Shanghai, in Cina [7]).
Incontri questi che dimostrano la volontà del governo greco  di non voler perdere, per nessuna ragione, il treno per il futuro.


[1] https://cercareilvero.wordpress.com/2015/01/31/in-costruzione-lasse-grecia-russia/
[2] http://www.repubblica.it/economia/2015/04/08/news/grecia_fmi_debito_russia-111437464/
[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/19/grecia-da-san-pietroburgo-tsipras-avverte-europa-non-e-centro-del-mondo/1795284/
[4] https://pbs.twimg.com/media/CH3uetRWIAAbtC5.jpg
[5] http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/06/19/intesa-grecia-russia-su-gasdotto_4783c164-e395-4fed-80e9-df1dff178a32.html
[6] http://www.primeminister.gov.gr/english/2015/06/18/prime-minister-alexis-tsipras-meetings-in-st-petersburg/
[7] http://tass.ru/ekonomika/2051845

Cuba guarda al futuro

cubaLa creazione della Zona Especial de Desarollo Mariel (ZEDM), a Cuba, rappresenta certamente uno dei nuovi maggiori elementi  nella politica cubana.
Vedere in questo tipo di politica una “sconfitta” per il socialismo è miope e sbagliato. Anzi, molto probabilmente, sarà proprio questa zona a fare da volano per l’economia cubana. Brasile e Cina credono fortemente in questa iniziativa e fin da subito sono stati in prima linea per la promozione e l’uso dell’area messa a disposizione da L’Avana.
A fianco della ZEDM, grazie a ingenti finanziamenti brasiliani, è stato creato un porto che ha tutte le carte in regola per diventare un centro nevralgico del commercio in America Centrale.
Come si può leggere nel sito di Confindustria [1], nel 2014 sono stati presentati 221 progetti di investimento varati dal Governo Cubano riguardanti prevalentemente i settori: oil&gas, agroalimentare, turismo, energia rinnovabile, minerario e costruzioni [2].
Gli investimenti stranieri che avverranno nella ZEDM avranno alcuni vantaggi rispetto ai normali investimenti nel resto dell’isola caraibica [3].
Dopo il successo delle Zone Economiche Speciali nella Repubblica Popolare Cinese, dopo l’espandersi di tale pratica anche in Vietnam e in Laos e dopo l’ormai consolidato modello sperimentato in Bolivia da Evo Morales del socialismo di mercato [4], anche Cuba approda all’idea delle Zone Economiche Speciali in alcune aree strategiche del paese.
Indipendentemente dalla cessazione dell’embargo statunitense o meno, la ZEDM cubana ha enormi possibilità di successo davanti a sè.
Sicuri partner commerciali di Cuba potranno essere i paesi della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) [5]: essa comprende un totale di 33 stati per una popolazione complessiva di quasi 600 milioni di abitanti (dati 2011).
Il progetto cubano guarda a questo mercato, un mercato che sta registrando una notevole crescita economica negli ultimi anni.
La creazione del Canale del Nicaragua, un’opera del valore stimato di circa 50 miliardi di dollari [6], contribuirà a rendere il porto di Mariel un hub di primaria importanza nell’area caraibica anche per le navi che giungeranno dalla costa occidentale delle Americhe e dall’Asia [7].


[1] http://goo.gl/aY8nBJ
[2] https://cercareilvero.files.wordpress.com/2015/06/cuba_cartera-de-oportunidades_2014_esp.pdf
[3] http://www.s-ge.com/it/blog/cuba-apre-una-prima-zona-economica-speciale
[4] http://goo.gl/8zNrRS
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Comunit%C3%A0_di_Stati_Latinoamericani_e_dei_Caraibi
[6] http://goo.gl/O99BSB
[7] http://www.zedmariel.com/pages/esp/Ubicacion.php